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CAMBIAMENTO ED INNOVAZIONE: ECCO I NUOVI IMPEGNI AI QUALI NESSUNO PUO’ SOTTRARSI

Intervento di Guido Pomini, presidente di Unascom-Confcommercio Treviso

Il terremoto, non solo d’immagine, che il Governo Renzi ha scatenato, va colto da tutti come una spinta al cambiamento .

Oggi siamo certi che la nostra società, non solo la politica, è rimasta inerte davanti al  grande cambiamento imposto dallo scenario globale.

Dice bene il Segretario della CISL Belluno e Treviso, quando afferma che “la vera partita si gioca nel trovare un nuovo equilibrio tra lavoro, produttività e rendita”.

E’ infatti sotto gli occhi di tutti come il ciclo sociale dello sviluppo, sia stato interrotto di sicuro da una pesante crisi globale, ma, ancor di più, dal prevalere di una insana e diffusa politica di rendita, che va intesa sia come rendita finanziaria, favorita da una bassa tassazione e quindi troppo spesso fortemente preferita agli investimenti.

Sia come rendita di posizione, frutto di un errata valutazione degli “avversari” nel mercato, e sia come rendita politica, quasi sempre unica alternativa di una classe dirigente spesso debole e con scarsa visione.

Se guardiamo con nuova attenzione al nostro territorio, ci rendiamo conto, ad esempio, della qualità e della quantità di cementificazione, del numero impressionante di società immobiliari sorte tra la metà degli anni ’90 e i primi anni del 2000, ma solo oggi ci accorgiamo che quello che consideravamo sviluppo era, in realtà, la strada più semplice per alcuni, ma una strada senza uscita per il resto della società. Di fatto, l’intero sistema ha rinunciato alle nuove idee, alle politiche di forte innovazione che fino alla fine degli anni ’80 e inizi ’90 caratterizzavano il Veneto ed in particolare la provincia di Treviso come uno dei territori più dinamici d’Europa .

L’incredibile concentrazione di costruzione di metri quadri commerciali, industriali, artigianali e residenziali, ben al di sopra di ogni ottimistico indice di crescita della domanda, avrebbe dovuto mettere in allerta non solo le piccole e medie imprese della distribuzione -e le associazioni che le rappresentano – che per anni hanno URLATO al pericolo, ma anche tutte le altre associazioni di rappresentanza economica, i referenti del mondo del lavoro e gli enti pubblici, per lo squilibrio economico che avrebbero generato sul mercato, per la devastazione irrimediabile del territorio, ma anche per l’immenso fiume di denaro che veniva investito in attività la cui sostenibilità non era oggetto di nessuna verifica.

Oggi, purtroppo, possiamo affermare che la rendita e gli investimenti fini a se stessi creano ingiustizia sociale e cattiva economia.

Colgo però la provocazione di Franco Lorenzon per dire che un territorio come il nostro, da sempre all’avanguardia nelle relazioni sindacali, tanto che negli ultimi anni ha supplito con sufficiente senso di responsabilità ad una inerzia politica evidente, deve dare concretezza all’unità espressa nello scorso primo maggio e fare un forte salto di qualità nel dotarsi di una  visione comune.

Sostenendo proposte che diano innanzitutto il segno della disponibilità di ogni singola rappresentanza a mettersi in gioco su temi anche controversi . Me ne vengono in mente tre.

Il lavoro.

Vanno percorse davvero le aperture che il governo sta offrendo alle imprese, con nuovi criteri di accompagnamento che mettano in risalto il lato migliore dei corpi intermedi (associazioni), affinché la flessibilità diventi il processo per creare maggior lavoro e inclusione sociale.

Il fisco e la giustizia fiscale.

Accanto ad una legittima e doverosa richiesta di tassazione sostenibile, le rappresentanze e i corpi intermedi possono agire non solo per esigere la correttezza d’azione di imprese e lavoratori, ma anche per essere considerati osservatori privilegiati di quel che accade.

L’innovazione.

Non è pensabile che questa avvenga a compartimenti stagni come esclusiva solo di una parte dell’economia: deve riguardare la filiera e i suoi processi, trasformandosi in una nuova cultura del “lavorare insieme”,  della condivisione dei risultati e dei progetti.

In questo va colta subito l’occasione di inclusione maggiore dei giovani e delle competenze necessarie nel processo di cambiamento che questo governo pone sul piatto.

Ai giovani dobbiamo dare fiducia e responsabilità, chiedendo al contempo un nuovo progetto sociale.

Questo Paese ha bisogno di una adeguata voglia di rischiare e di maggior passione. In questo risiede la tanto auspicata innovazione: un progetto del tutto nuovo pensato per il bene delle imprese (di tutte le imprese, anche quelle che garantiscono l’economia diffusa e la prossimità di servizio) e dei lavoratori e quindi a vantaggio dell’intera comunità.