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CREDITO: INDISPENSABILE PER LE PMI IL RAPPORTO CON IL TERRITORIO

Intervento di Renato Salvadori, presidente di Confcommercio Treviso

Modifica del credito, o attacco alla nostra economia?

L a decisione del Governo di trasformare le banche popolari in spa, probabilmente giustificata dal punto di vista bancario lascia, sul piano pratico, molte perplessità. Le banche popolari, come anche le banche del credito cooperativo  con il loro azionariato diffuso, grazie allo stretto legame con il territorio, in forza della conoscenza diretta dei correntisti-soci, sono state, e sono tutt’ora, potenti motori di sviluppo. Non solo. Per la vicinanza decisionale tra le dinamiche economiche locali e quelle bancarie, ma anche e soprattutto perché, nei fatti, hanno saputo unire in maniera inscindibile il destino del singolo territorio e quello dell’istituto di credito che lo presidia. Cambiare questo sistema forse sarà utile, ma rischia di essere anche molto pericoloso. La nostra provincia ha già provato l’esperienza della cancellazione di una banca che, nei fatti, era la sua immagine economica. La sparizione della Cassa di Risparmio della Marca Trevigiana, confluita in Unicredit ha lasciato un vuoto che nessun “ comitato locale” ( gruppi di rappresentanza degli interessi economici territoriali permanentemente ascoltati dalla banca con lo scopo di organizzare meglio la propria attività locale ndr ) per quanto ben condotto, è mai riuscito a soppiantare concretamente. Ora, il disegno sulle popolari (aumento della dimensione trasformazione in spa, voto per capitale e non più per testa, sembra ripercorrere in modo ancora più largo ed articolato, lo stesso fenomeno. Come dire che dagli errori o dalle esperienze del passato non s’impara mai a sufficienza. Il fenomeno diventa ancor più preoccupante se dovesse coinvolgere, a ruota, le BCC. C’è da chiedersi: a chi giova tutto questo e a che logica risponde? Difficile dirlo, ma una cosa sembra certa. Sul “credito” si staglia un disegno teso a cancellare ogni singola specificità, legata non solo al territorio ma anche alla struttura stessa del tessuto produttivo italiano, fatto da PMI che nel 90% dei casi hanno meno di 10 dipendenti ciascuna. Soggetti – queste ultime- che più di altri hanno necessità di strumenti economico-finanziari flessibili, modulati sulla conoscenza diretta dell’imprenditore, oltreché sulle dinamiche reali dell’economia locale. In una parola: soggetti i cui bisogni difficilmente sono comprensibili all’occhio delle grandi banche. In questo contesto, va inquadrata la crisi dei consorzi fidi, strutture nate nell’ ambito delle Associazioni di rappresentanza per intermediare ed agevolare la concessione di credito. Dove “Intermediarie” non significa lucrare sulle spalle degli imprenditori associati, bensì essere un vero “ponte” che garantisce il credito, assumendosene una importante parte del rischio (dal 50 all’80%), per dare credito anche ai soggetti più marginali, quelli che le banche, in molto casi,  non prenderebbero neppure in considerazione, ma che rappresentano una buona parte dell’ economia, contribuendo alla tenuta complessiva. Ebbene, le politiche di Banca d’Italia sembrano andare nella direzione contraria. Obbligando i consorzi fidi, nonostante la loro comprovata capacità di buona gestione dimostrata negli anni, ad accantonare, con una utilità tutta da dimostrare, importi così rilevanti su rischi futuri tali da sfondare ogni più attenta politica di bilancio. Il risultato che ne deriva è una lenta, ma obbligata agonia di questi enti intermedi che, oltre a perdere la funzione di garanzia verso le imprese, soprattutto quelle più piccole e per questo più fragili, perdono anche l’azione di moralizzazione e di controllo sui comportamenti bancari che, in alcuni casi, almeno senza l’azione vigilante dei consorzi fidi, potrebbero deragliare da corrette logiche di mercato. Quindi le due cose si sommano toccando un nervo evidentemente scoperto: a chi giova la modifica del sistema bancario verso grandi concentrazioni che lo distaccano dal territorio, proiettandolo verso dimensioni aziendali che non sono quelle proprie del nostro sistema, tagliando il contatto non solo con le economie, ma anche con le culture del territorio? Una cosa è sicura, oggi possiamo discutere sulla maggiore o minore efficienza delle banche locali e dei consorzi fidi, ma domani; se venissero meno, ci ritroveremmo ad essere semplicemente un territorio più povero, meno competitivo e, perciò più marginale.

IL CONFIDI DEL TERZIARIO: CHI E’

Il Confidi del terziario è nato nel 1977 per agevolare l’accesso al credito delle piccole e medie imprese del commercio, del turismo e dei servizi. Dal 2008, per effetto delle politiche europee, si è fuso con le province di Padova e Vicenza diventando Terfidi Veneto. E’ attualmente un “Consorzio vigilato Banca d’Italia” che, tra le tre provincie venete, associa circa 10 mila piccole imprese e gestisce annualmente circa 1500 pratiche di credito agevolato. La sede di Treviso è presso il Palazzo del Terziario, in via Venier 55.