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LAVORO, FLESSIBILITA’, OCCUPAZIONE: OCCORRE RISCRIVERE LE PRIORITA’

Sulle ipotesi di riforma e sulla tanto discussa flessibilità, occorre riscrivere le priorità”: è questa una delle ipotesi prospettate dal presidente di Confcommercio Treviso, Renato Salvadori, che al tema, nei prossimi giorni, dedicherà un convegno tecnico (martedi 14 ottobre, ore 17, Cà del Galletto).
Per evitare – sostiene Salvadori – di scrivere norme che non interpretano i fabbisogni veri del mercato del lavoro- che cresce prevalentemente nei settori terziari- e per avviare un dibattito corretto sulla legge di riforma del lavoro, occorre partire da dei dati oggettivi.
Basta leggere il recente Atlante Economico del Veneto, costruito su dati desunti dalle dichiarazioni IVA delle imprese con sede legale nella regione (forniti dal MEF) prodotto nel 2012, evidenzia come il Terziario di Mercato risultasse al 2011 costituito da quasi 270.000 imprese, con un volume d’affari di quasi 147 Mld di euro e grazie al lavoro di oltre 1 milione di persone, contribuendo in tal modo a formare poco più del 50% del volume d’affari complessivo del sistema economico di mercato della regione. Ciò dato, in provincia oltre il 60% dei lavoratori dipendenti è occupato nelle imprese del terziario di mercato: ovvero i settori del commercio, del turismo e dei servizi (esclusa la Pubblica Amministrazione).
E’ questo il contesto economico in cui va inquadrata la flessibilità, oggi intesa come l’unica strada da percorrere per imboccare il rilancio dell’occupazione e trasformare il mercato del lavoro asfittico in un percorso dinamico e propositivo.
Ecco le priorità della flessibilità:

1) Flessibilità in uscita: nei fatti le piccole imprese con meno di 15 dipendenti, quindi non soggette all’art 18, non hanno alcuna particolare propensione al licenziamento. Anzi è proprio in quelle imprese che insiste la maggior stabilità lavorativa. Proprio per questa ragione la flessibilità in uscita è un falso problema. L’esperienza inoltre ci dice che nelle aziende oltre i 15 dipendenti, in caso di licenziamento, non c’è di fatto quasi mai la richiesta di reintegro. Pertanto le tutele sul licenziamento, così come sono, hanno poca o nulla giustificazione; anzi è un criterio di giustizia l’ipotesi di prevedere l’indennizzo sugli anni di lavoro effettuato piuttosto che sulle dimensioni dell’azienda.
2) Flessibilità in entrata: con l’introduzione del Decreto Poletti si registra l’aumento di assunzioni con il contratto a termine ( +13% di nuovi contratti a termine nel primo semestre 2014 rispetto al semestre 2013) al netto dei contratti a termine per sostituzione e stagionali. E, dato notevole, le proroghe del contratto a termine ha toccato il 26% nel secondo trimestre 2014 rispetto al 2013. Su questa base la creazione di un contratto unico a tutele progressive è auspicabile. Ne deriverebbe una scrematura delle forme atipiche di contratto che peraltro, erano state messe in atto per ammortizzare l’eccessiva rigidità del contratto a termine.
3) Flessibilità organizzativa. Questo è un altro punto nevralgico. Non va confusa la flessibilità contrattuale per motivi organizzativi, necessaria soprattutto al mondo terziario con quella in entrata. Se si vuole incrementare, la capacità occupazionale del terziario oltre il 60%, occorre garantirne le peculiarità, fatta di imprevedibilità e picchi di lavoro connessi agli andamenti stagionali e alle necessità dei consumatori. Argomenti che trovano corretta risposta con strumenti quali il lavoro a chiamata o con i voucher. Pensare ad irrigidimenti su questi aspetti rischia di riprodurre la Caporetto occupazionale già sperimentata con la riforma Fornero ed un aumento di irregolarità.
4) E’ auspicabile inoltre la proposta di un ammortizzatore universale unico e contenuto nel tempo e una effettiva previsione di politiche attive per evitare l’aumento del sommerso da un lato, l’assistenzialismo infinito e le furbizie aziendali dall’altro.
“Quanto all’ipotesi di conferire il 50% del TFR in busta paga”- conclude Salvadori- “non solo finirebbe per penalizzare ulteriormente la già drammatica carenza di liquidità delle piccole e medie imprese, e non contribuirebbe per nulla al vero rilancio dei consumi ed alla tutela dei consumatori nel medio e lungo termine. Per ridare fiato sul serio ai consumi occorre ridurre la pressione fiscale ed incentivare occupazione ed accesso al credito per le imprese.”