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VENETO, SI SPENGONO LE LUCI NEI CENTRI STORICI

MENO NEGOZI, PIÙ HOTEL E BAR
Massimo Zanon, Confcommercio Veneto: “I dati dimostrano la bontà della nostra battaglia
per risvegliare le città. Tra le leve, Tasi, Tari e Imu accorpate e deducibili in tutta Italia”

Meno negozi nei centri storici, volano alberghi e ristoranti. Chiudono le botteghe alimentari, aprono più farmacie, mentre il commercio ambulante disegna un quadro ‘a macchia di leopardo’. È l’evoluzione dei capoluoghi del Veneto, cui la crisi e l’avanzata di internet hanno cambiato i connotati in un solo decennio.
“Più che un calo, una trasformazione”, precisa l’Ufficio studi di Confcommercio, che ieri a Roma ha presentato i dati nazionali e dei capoluoghi di regione (elaborati su base Unioncamere) sull’evoluzione delle strutture commerciali e turistiche nelle città italiane tra il 2008 e il 2017. Il trend è lo stesso anche nei sette capoluoghi di provincia della nostra regione: si svuotano più i centri storici che le periferie.
“Questo dimostra che la nostra battaglia per mantenere vive le città è sacrosanta – dichiara il presidente di Confcommercio Veneto Massimo Zanon – E non si tratta di bassi interessi di bottega, qui c’è in ballo una questione sociale, di relazioni e sicurezza, che abbraccia anche, ovviamente, tutta l’economia del territorio. I dati sugli alberghi e la ristorazione – aggiunge Zanon – non sono necessariamente lo specchio di un aumento della domanda, è certamente un aumento di concorrenza. Ora bisogna guardare alla qualità del turista”.
“Le nostre città devono essere rilanciate – prosegue il presidente di Confcommercio Veneto – Tra le misure, penso, ad esempio, a incentivi per difendere il commercio sano. Le leve potrebbero essere la cedolare secca sulle locazioni commerciali e una ‘local tax’, che però valga allo stesso modo in tutta Italia, che comprenda Imu, Tasi e Tari e che sia totalmente deducibile”.
I dati. Per quanto riguarda il commercio al dettaglio, tra il 2008 al 2017 il cuore dei 7 capoluoghi ha perso 527 esercizi, mentre nelle periferie sono 21 le attività in meno. Il dato è più evidente a Venezia, dove il calo nei sestieri centrali della città è stato di 277 unità.
Oltre al settore dei generi alimentari (che, tra Venezia, Padova, Vicenza, Verona e Belluno perde complessivamente 105 esercizi, mentre a Treviso e Rovigo ne guadagna solo 22), a soffrire sono i distributori di carburante (nelle città capoluogo del Veneto ce ne sono 135 in meno rispetto al 2008). Crescono invece le farmacie, soprattutto nelle zone periferiche.
A Verona, Vicenza e Padova si fa più consistente il commercio ambulante, con (complessivamente) 141 imprese in più, mentre sono 43 le attività in meno registrate fra Treviso, Belluno, Rovigo e Venezia.
Trend decisamente in crescita, invece, per i bar e i ristoranti: 105 in più nei centri storici dei 7 capoluoghi rispetto al 2008. L’incremento è ancora più evidente nelle periferie, dove le attività salgono +229. Per non parlare degli alberghi (il cui dato si riferisce a tutto ciò il ricettivo, dagli hotel ai b&b, agli affittacamere). Qui, nella crescita complessiva, che è di 439 imprese in più, c’è un certo equilibrio tra i centri storici (239) e le periferie (200). I dati più evidenti sono, per comprensibili motivi, quelli di Venezia e Verona, che registrano rispettivamente 240 e 170 attività in più rispetto al 2008.